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Le Storie dei nostri soldati

Bepi Barbieri (reduce) Leonardo Massaro (Reduce) Aniello De Riggi (Caduto)
Evanghelia Maratu (moglie di reduce) Luigi Mazzola  (reduce) Gaetano Renda (reduce)






IL SOGNO SPEZZATO DI UNA GIOVANE VITA

Questo è il racconto di mio zio Aniello De Riggi nato a Camposano (Na) l' 11 di giugno 1920, fratello di mio padre Giuseppe, deceduto a Cefalonia perché fucilato dai tedeschi.
Correva l’anno 1943, fine agosto, mio zio si trovava in licenza a Camposano (piccolo centro agricolo del napoletano) per la festa Patronale di San  Gavino. Lui all’epoca era sottocapo di prima classe della Marina Militare Italiana. Il padre insieme a tutta la famiglia era molto orgogliosi di Lui, e per quelle poche volte all’anno che lo vedevano era una gioia per tutti.
Lui era fidanzato con una bellissima ragazza del paese e lei lo aspettava sempre con amore e dignità sperando sempre al giorno fatidico matrimonio. Il padre (mio nonno Saverio)  gli propose di sposarsi proprio in quei giorni di fine agosto per poter usufruire della licenza matrimoniale. Lui tentennò e si prese un po’ di tempo per poter decidere. Il giorno dopo si confidò prima con la fidanzata e poi col padre dicendo loro che il dovere lo chiamava, il giuramento che aveva fatto con la Patria era più importante di tutto e che si sarebbe sposato appena sarebbe finita la guerra. Durante la festa patronale, per il giorno della processione del Santo, Lui fece parte dei collatori del Santo (i collatori sarebbero quelli che portano la statua del santo sulle spalle) ancora oggi c’è qualche vecchio camposanese  che si ricorda di quella scena. Pochi giorni dopo partì per Cefalonia e andò a finire purtroppo come sappiamo.   I poveri genitori per quattro o cinque anni non seppero più nulla di Lui, fu un reduce di quella battaglia (scampato all’eccidio perché fintosi morto dopo una fucilazione di massa) a portare la triste notizia con i pochi documenti dello zio.  Mia nonna dal dolore impazzì , e visse i suoi ultimi anni (morì nel 1956) inferma su una sedia a rotelle mentalmente assente.
Questa è la storia che mio padre e i miei zii mi hanno raccontato fin da piccolo e che io non dimenticherò mai raccontandola ai miei figli e a Voi Presidente, perché non accada mai più. Spero che questo mio racconto – documento, lo divulghiate nelle sedi opportune.
Allego a questo documento una foto che mio zio Aniello inviò alla famiglia un anno  prima dell’eccidio dove Lui è al centro della foto con la chitarra in mano, perché Lui  era un melodico e suonava la chitarra molto bene.
Nell’augurarle buona giornata, Presidente prof.ssa Graziella Bettini e sperando che questo documento sia preso in considerazione da tutta l’Associazione e sia divulgato come giusto sia, Le invio i miei più Distinti Saluti. 
Aniello De Riggi  (nipote dell’eroe)

 

 





TESTIMONIANZA DI LEONARDO MASSARO


Sono nato a Cassano da Francesco e Maria Antonia Giustino il 26 dicembre 1922, ma mi hanno registrato il 4 gennaio del 1923. Quando è scoppiata la guerra ero poco più che sedicenne, ma nel settembre del 1942 fui chiamato alle armi. Dapprima feci il Car a Bitonto e poi verso dicembre fui inviato a Caserta presso il 2° Battaglione di Marcia. Restai in Campania fino al luglio del 1943.
 Proprio il giorno della caduta del fascismo, il 25 luglio, partimmo da Caserta via terra per un lungo viaggio durato 35 giorni, in treno, attraverso il nord Italia, la Jugoslavia (dove fummo attaccati due volte dai partigiani di Tito), poi l’Albania, fino a raggiungere Atene dove restammo un paio di giorni. Poi proseguimmo con un trenino attraversando il canale di Corinto e infine arrivammo a Patrasso. Qui ci imbarcarono per Cefalonia dove giungemmo il 29 agosto, pochi giorni prima della firma dell’armistizio.
Facevo parte del Reparto Sussistenza di Bari (9ª squadra panettieri), aggregato alla Divisione Acqui, e mi occupavo di provvedere alla cottura del pane.
Dopo aver appreso la notizia dell’armistizio, ricordo che ci furono diverse riunioni fra il comandante della divisione, generale Gandin, e gli ufficiali e sottufficiali per decidere il tipo di condotta da intraprendere.
All’inizio il generale ebbe dei colloqui con i tedeschi, presentandosi presso il loro comando. Seppi che aveva fatto posizionare precauzionalmente i pezzi di artiglieria con le bocche da fuoco in quella direzione, con l’ordine di fare fuoco se egli non fosse rientrato entro una data ora.
Fu indetto una specie di referendum fra ufficiali e soldati e la maggior parte decise di non consegnare le armi ma di combattere contro i tedeschi, anche perché l’alternativa era quella di finire in un campo di concentramento come prigionieri.
Noi contavamo soprattutto sulla nostra superiorità numerica: i tedeschi erano credo poco meno di 2.000 uomini, mentre noi eravamo 12.000 e anche discretamente armati. Inizialmente i tedeschi, concentrati a Lixuri nella penisola di Paliki, praticamente potevano considerarsi quasi nostri prigionieri, avendo noi italiani il controllo del resto dell’isola e soprattutto del capoluogo Argostoli.
Da parte nostra fu sottovalutato però un fattore importante che risultò decisivo per l’esito della battaglia, e cioè l’utilizzo dell’aviazione da parte degli ex alleati che ora erano diventati nostri nemici. Ci bombardarono e mitragliarono ininterrottamente, notte e giorno, volando anche a bassa quota e illuminando il cielo con i bengala.
Nel frattempo erano sbarcati mezzi navali con i rifornimenti e le munizioni per i tedeschi, mentre avevamo saputo che una nave italiana stava venendo in nostro soccorso, ma fu bloccata e fatta tornare indietro dagli inglesi.
Dopo quattro o cinque giorni di inferno, mi trovavo con circa altri 50 soldati nei pressi di Argostoli lungo la strada che porta a Sami, quando fummo presi prigionieri verso il tramonto. Ci ammucchiarono tutti insieme per fucilarci. Avevamo saputo di altre esecuzioni di massa e ora toccava a noi.
Un attimo prima che partissero le raffiche di mitra, istintivamente caddi per terra senza ricordarne ancora oggi il motivo (se fingendo di essere stato colpito o perché svenuto dalla paura), restando sul terreno accanto ai corpi dei miei commilitoni.
Rimasi immobile a lungo perché passavano a dare il colpo di grazia a chi ancora si muoveva. Sentivo qualche colpo di arma da fuoco ma continuai a non muovermi finché non ebbi la sicurezza che se ne fossero andati. Mi sollevai da terra e mi resi conto che altri tre soldati si erano salvati come me. Nel frattempo era diventato buio.
Dopo esserci allontanati, ricordo che bussammo a una casa di greci dalla quale venne fuori un vecchietto che parlava un po’ di italiano. Ci disse che non poteva ospitarci perché i tedeschi fucilavano anche quelli che ci aiutavano. Ci indicò lì vicino una cava di pietra dove poterci nascondere e ogni tanto veniva a trovarci portandoci quel po’ di cibo, scarso anche per loro, che riusciva a recuperare.
Dopo qualche giorno ci disse che aveva saputo da una prostituta italiana, che si intratteneva con i tedeschi, che le fucilazioni erano state sospese.
Dopo qualche tentennamento, decidemmo di uscire allo scoperto, disarmati ma con la nostra divisa, finché non incontrammo una pattuglia tedesca che ci fece prigionieri e ci condusse ad Argostoli in un carcere improvvisato di fianco alla ex Caserma Mussolini, dove erano rinchiusi molte centinaia di soldati come noi. Ci tennero a digiuno per qualche giorno, dandoci solo dell’acqua da bere.
Lì venimmo a conoscenza della fucilazione degli ufficiali alla Casetta Rossa, dello sterminio degli altri soldati, prima fucilati e poi bruciati e buttati in mare.
Ci fu uno tra noi che, pensando di aver un trattamento migliore, disse di essere un ufficiale e chiese di essere trasferito con i suoi pari grado. Purtroppo per lui, però, ciò significò la sua condanna a morte: dai colpi che sentimmo dopo che fu portato via, intuimmo la sua esecuzione nel cortile del carcere. Il fatto ci colpì tantissimo e, naturalmente, nessuno di noi si sognò si spacciarsi per ufficiale, né tantomeno rivelarono di esserlo quelli fra di noi che lo erano veramente.
A un certo punto i tedeschi cominciarono a imbarcarci su delle piccole navi, alcune delle quali però, forse per imperizia dei manovratori, furono affondate dalle mine da noi collocate nello Jonio, che causarono altre morti di soldati italiani che erano stipati nelle stive. Ce lo riferì uno di loro scampato alla tragedia e salvatosi a nuoto.
Quando toccò a noi, ero in compagnia di uno di Andria che suggerì di fingerci feriti per rimanere sul ponte, da dove in caso di pericolo avremmo potuto buttarci in mare e cercare la salvezza a nuoto. Ricordo che individuammo due cucinieri tedeschi che avevano i salvagente e restammo lì vicino a loro.
Il soldato di Andria mi disse: «Massaro, se la nave affonda, dobbiamo far fuori quei due e prendere i loro salvagente, solo così possiamo salvarci».
Per fortuna non fu necessario perché l’imbarcazione passò indenne e così ci portarono prima a Patrasso, dove sbarcammo per essere poi portati in un campo di prigionia vicino ad Atene. Ci davano da mangiare una pagnotta di pane da dividere in quattro e una brodaglia di acqua calda.
Il giorno dopo ci trasferirono a Salonicco dove ci fecero salire su dei vagoni merce chiusi dall’esterno e partimmo per Belgrado. Il viaggio durò un paio giorni, sempre chiusi nei carri senza cibo. Per fare i nostri bisogni riuscimmo a scardinare un’asse dal pavimento in un angolo del vagone, ma eravamo così stipati che ci si vergognava di essere osservati.
Nel campo di concentramento di Belgrado c’erano più di diecimila soldati italiani internati. Noi di Cefalonia, che eravamo considerati ribelli rispetto agli altri che si erano invece consegnati spontaneamente, fummo collocati in una baracca separata da un doppio filo spinato.
Ciò nonostante riconobbi Mengucce Volpecedde (Domenico Giorgio, ndr), un altro cassanese che si trovava lì, internato dopo l’8 settembre. Da lontano feci il fischio di riconoscimento che si usa qui a Cassano e notai che lui si girò dalla mia parte. Gli feci segno con le mani di avvicinarsi.
Non potevamo parlare liberamente perché osservati dalle sentinelle. Riuscimmo a farlo stando vicini rivolgendoci le spalle, separati dal filo spinato. E così ognuno raccontò all’altro le proprie disavventure.
Un giorno lui mi fece un cenno, si avvicinò e mi disse: «Narducce, domani mattina ci portano a lavorare, lontano, non so dove».
Mi spiegò che li avrebbero caricati su dei camion e portati fuori dal campo in una località sconosciuta e distante parecchi chilometri. A quel punto pensai che se mi fossi unito a loro poteva essere una buona occasione per scappare.
Cominciai a fare u pare e dispere, ma in quelle condizioni il cervello non ti funziona più e, nonostante la pericolosità della mia scelta, decisi di rischiare. Mi accordai con Mngucce di trovarci a una certa ora in un punto del campo, non conoscendo la posizione della sua baracca. Poi andai a dormire.
Alle tre di notte, riuscii a passare sotto il reticolato e mi incamminai con Volpcedde verso il suo alloggio dove si trovava anche un altro cassanese, Peppino De Vito.
Alle cinque cominciarono a farci salire sui camion. La mia fortuna fu che non ci avevano ancora schedati e quindi mi confusi con gli altri, salendo assieme a un gruppo che comprendeva i miei due compaesani.
Ci portarono in un campo di lavoro quasi ai confini della Jugoslavia, verso la Romania, in una località chiamata Požarevac , vicino al Danubio. Il nostro lavoro consisteva nella sistemazione di strade e ferrovie.
Ci davano la solita pagnotta al giorno da dividere in quattro. Ci toccava tirare a sorte, au tuecche, pe capà un pezzette cchiù gruesse.
Un giorno mi ricordo che Volpicedde con la scusa di andare nel bosco a fare i propri bisogni, si allontanò per chiedere altro cibo alle famiglie serbe della zona, lasciandomi la sua targhetta con il numero di matricola.
Nue fateghemme sope a la strate. Allore me mettibbe a nu quarte e passò u controlle, poe me levibbe u cappidde, me mettibbe cude de nu alpine e mi scibbe a mette all’ualte quarte de la strate e chensegnibbe la matrichele de Volpcedde in modo tale che risultava presente anche lui.
Sckitte ca cheda dije nan se retrave. Eravamo ormai rientrati al campo già da qualche ora, quando lo sentimmo arrivare un po’ brillo che cantava. Per fortuna le sentinelle non si accorsero di niente.
Ricordo anche, come unico momento di allegria, la Pasqua del ’44, quando io e un napoletano chiedemmo al comandante del campo di poterci esibire in alcune scenette e cantare alcune canzoni. Ce lo concesse e lui stesso si divertì assieme agli altri soldati e prigionieri. Tuttavia non ricevemmo nessun trattamento speciale o premio per questa nostra esibizione e dal giorno dopo tutto rientrò nella solita vita da campo.
  Siamo rimasti lì un anno, fino alla fine di settembre del ’44. Volpecedde fu trasferito da un’altra parte, mentre De Vito rimase lì con me. Poi arrivarono i partigiani di Tito a liberarci e salvarci e ci consegnarono ai russi, con i quali restammo per circa una settimana e fummo trattati umanamente, mangiavamo insieme a loro e avevamo una certa libertà di movimento. Dopo la liberazione di Belgrado i russi ci lasciarono con i partigiani slavi che ci presero con loro, ci armarono e così ci unimmo alla resistenza jugoslava entrando a far parte di una divisione composta interamente da italiani con un nostro comandante.
Durante questa esperienza, molto più dura e pericolosa di quella del campo di prigionia, incontrai un altro cassanese, Peppine Samuele (Giuseppe Turitto, ndr).
Abbiamo combattuto contro i tedeschi su quel fronte, non più sabotaggi, ma una vera e propria guerra. Partimmo da Belgrado dove c’erano anche i russi. I tedeschi a un certo punto si fermarono per rinforzare le loro posizioni, indietreggiando di 40 km. Così noi avanzammo verso Sarajevo dove però avemmo una batosta, subendo molte perdite. La città era in una posizione strategica, punto obbligato di passaggio per le truppe tedesche che si ritiravano dal fronte greco-albanese. Conquistarla significava impedirne il ricongiungimento con quelle dislocate in Jugoslavia.
 Ricordo che ci furono migliaia di morti da entrambe le parti. Per seppellire i nostri si scavarono fosse comuni profonde tre metri e lunghe una cinquantina.
Con ostinazione riuscimmo a respingere i tedeschi fino in Croazia, dove un giorno mentre mi riposavo in un giardinetto appoggiato ad un albero, a un certo punto sentii un forte rumore che mi fece sobbalzare. E ci ijere? Volpcedde! Mi fece piacere rivederlo, anche se fu solo per un attimo. Era assieme a un partigiano jugoslavo, portavano una barella che aveva fatto cadere a terra quando mi aveva visto, era quello il rumore che mi aveva spaventato. Si occupava del trasporto dei feriti dal fronte che era poco distante da lì.
Mengucce aveva imparato bene la lingua slava, ma anche noi altri comunicavamo senza difficoltà con i partigiani di Tito anche perché loro parlavano abbastanza bene l’italiano. Ci salutammo e poi seguimmo strade diverse.
Fra i partigiani slavi c’era una disciplina molto rigida. Stemme mesckate maskle e femene, ma t’jire stajie attinde, nan sia maje t’azzardive a dange pure nu pizzeche a jiune. Opure qualche d’une ca veleve, nan sejie…, t’jire ammandenejie percé nan sapive, angore chede te denunziave e passive i uajie.
Infine la nostra divisione entrò a Trieste assieme ai partigiani jugoslavi, dopo un ultimo scontro con i tedeschi. I triestini, con nostro grande stupore, ci accolsero freddamente. Noi italiani ci chiedevamo: «Ma come, siamo venuti a liberarvi dai tedeschi, rischiando la vita e voi ci trattate così?»
Poi ci raccontarono delle foibe vicino Trieste e nell’Istria e di quello che la popolazione civile aveva subìto dai partigiani slavi, secondo me all’insaputa di Tito. Noi obiettammo di non esserne a conoscenza, che eravamo italiani e non sapevamo nulla, che per liberarli avevamo combattuto contro i tedeschi.
Restai a Trieste ancora una decina di giorni e poi partii per far ritorno a Cassano. A dire il vero, io e un napoletano ci infilammo di nascosto in un’autocolonna di soldati italiani che venivano rimpatriati, diretta a Udine, rischiando però di essere fucilati dai partigiani jugoslavi se ci avessero scoperti. Infatti De Vito e Peppino, gli altri due cassanesi che tornarono a casa circa un mese dopo di me, erano convinti che fossimo stati puniti dai partigiani di Tito per questa fuga.
Invece ci andò bene, nessuno si accorse di noi, né vennero a chiederci le nostre generalità. Da Udine arrivammo in treno fino a Forlì, dove facemmo una sosta presso un centro di accoglienza della Croce Rossa. Fummo disinfestati dai pidocchi e consumammo finalmente un pasto caldo. Poi ci presentammo all’ufficio preposto per la registrazione dei dati personali e delle nostre generalità.
L’indomani ripresi il viaggio. Ci misi quattro giorni per arrivare al mio paese, perché le ferrovie funzionavano a tratti a causa dei bombardamenti che avevano subìto durante la guerra. Comunque, un po’ con i treni, un po’ a piedi, un po’ con qualche camion, riuscii finalmente ad arrivare ad Acquaviva.
In famiglia ormai mi davano per disperso, anche perché erano andati a chiedere notizie su di me a Mengucce u Latrecidde (Domenico Lionetti, ndr), il quale era rimasto nascosto a Cefalonia presso una famiglia di greci, finché i tedeschi non avevano lasciato l’isola ai primi di settembre del ’44, e poi era ritornato sano e salvo a Cassano.
Ai miei familiari raccontò quello che era successo sull’isola greca, dello sterminio dei soldati italiani dopo la resa ad opera dei tedeschi. Disse loro di non avermi visto fra i sopravvissuti e che le speranze che io fossi ancora vivo erano pochissime, quindi ormai si erano rassegnati.
Mi feci a piedi gli ultimi sei chilometri da Acquaviva, perché non c’erano mezzi di collegamento alle quattro del mattino. Mentre arrivavo a Cassano incontrai mio zio (Vito Marino Giustino) che, dopo la sorpresa iniziale nel vedermi, mi disse che era meglio che andasse lui a preavvisare i miei perché mia madre stava poco bene già da quando ero partito soldato e in quel momento era paralizzata. La sorpresa nel rivedermi improvvisamente avrebbe potuto nuocerle ulteriormente.
Quando mi rividero fu festa grande, nonostante mi presentassi con gli indumenti strappati e pieno di pidocchi (fra noi soldati la presenza di pidocchi veniva definita scherzosamente “la cavalleria rusticana”).
Tornato al mio paese a guerra finita, pian piano ripresi contatto con alcuni miei vecchi amici e compagni di squadra di calcio come Peppino Laterza, mio grande amico che era stato ferito durante la campagna di Russia.
Cominciai anche a lavorare al mulino Campanale di Cassano in piazza Garibaldi, dove sono rimasto per quasi 15 anni. Poi per ragioni di salute ho smesso. Il mio fisico, duramente provato dagli anni di guerra e da tutto quello che avevo passato, non reggeva a quel lavoro pesante, tanto che feci domanda per la pensione di invalidità per problemi alla colonna vertebrale, infatti tuttora porto il busto. Di pensione di guerra niente, neanche a parlarne!
In seguito fui costretto a trasferirmi a Bari con mia moglie e i nostri due figli, dove lavorai come portiere. Nel ’46, tramite un amico di famiglia e il mio datore di lavoro del mulino, avevo conosciuto e mi ero innamorato di Lucia, che diventò la mia fidanzata e, dopo un anno, mia moglie con la quale condivido l’esistenza da ben 66 anni. Abbiamo quattro nipoti e da poco siamo diventati bisnonni.



LA GIURISDIZIONE DI PENEDE
Quaderno di ricerca storica con periodicità semestrale

n. 03 del dicembre 1994 pag. 59-64

LA GAVETTA DI GIUSEPPE BARBIERI

di Aldo Miorelli, Riccardo Skulina e Graziano Zuffi


Giuseppe Barbieri – el Bepi – ci ha fatto balzare indietro nel tempo di oltre cinquantanni introducendoci nelle vicende della seconda guerra mondiale, presentandoci sul tavolo della sala, il suo foglio matricolare, la gavetta, il diploma con l'encomio: Si addita la divisione Acqui coi suoi novemila caduti e con i gloriosi superstiti alla riconoscenza della Patria.
Il racconto del Bepi scivola via semplice, tra le nostre frequenti interruzioni, perché siamo ansiosi di sapere. Restiamo sorpresi: le ragioni della sopravvivenza, la concretezza, il buon senso, la tenacia legano tra loro gli episodi. E la memoria privilegia più che i singoli aneddoti storici o personali un percorso, "una via cru¬cis"', scolpita caparbiamente - a punta di coltello - sulla gavetta.
Giuseppe Barbieri è nato a Torbole il 5 agosto 1920, da Umberto (originario di Valeggio) e da Maria Civettini (conosciuta però come Tamara). Frequenta le scuole elementari a Torbole col maestro Nones.
Non ancora ventenne è chiamato alle armi: a Merano avviene la sua vestizione; riceve la gavetta, che sarà il simbolo delle sue peripezie, oggi un cimelio che sinteticamente abbraccia un arco di tempo tra i più terribili che l'umanità abbia vissuto e insieme gli scenari più significativi della guerra. Con il diciottesimo reggimento fanteria è inviato l'I 1 Giugno 1940 alla frontiera alpina occidentale.
L'Itala fascista era entrata in guerra - dopo più di nove mesi di non belligeranza - a fianco della Germania e Mussolini aveva attaccato una Francia ormai sconfitta.
Dopo un breve periodo - la Francia il 24 Giugno firma l'armistizio con l'Italia - Giuseppe rientra a Bolzano, da dove, con la divisione Acqui è fatto partire alla volta di Brindisi. Ricorda il lungo viaggio in tradotta: i commilitoni trentini, i muli, i rifornimenti, il materiale sanitario; la sosta nella città pugliese, accampati presso il cimitero in attesa di imbarcarsi per l'Albania; la traversata a bordo della "Piemonte"; l'arrivo a Valona e lo sbarco in fretta e in furia.
Ha inizio la sua campagna sulla frontiera greco-albanese, che durerà dal 20 dicembre 1940 al 23 Aprile 1941. Mussolini aveva, con undici divisione stanziate in Albania, attaccato la Grecia fin dall'ottobre, convinto che avrebbe avuto facilmente ragione di un "nemico" assai inferiore per uomini e mezzi.
Da metà Novembre, però, i Greci erano passati al contrattacco. Quando in dicembre arriva la divisione Acqui, gli Albanesi e i Greci - dice Giuseppe - sono trincerati ed equipaggiati e, in alcuni casi addirittura, si sono impossessati delle armi italiane. Sappiamo che Mussolini chiederà poi l'aiuto tedesco e che il 27 aprile 1941 Hitler prenderà Atene.
Mentre il 22 giugno 1941 l'esercito nazista dà inizio con 1'Operazione Barbarossa alla campagna di Russia, la divisione Acqui è inviata a presidiare le isole ioniche: Cefalonia, Corfù, Zante.
Dopo il 25 luglio 1943 - caduta del regime fascista - l'alto comando tedesco fa sbarcare nelle Ionie contingenti armati sempre più numerosi per prevenire l'armistizio fra il governo Badoglio e gli Alleati.
Il 15 settembre i Tedeschi, appoggiati in forze dall'aviazione, conducono un attacco spietato contro la divisione Acqui: a Cefalonia le perdite ammontano, dopo .pochi giorni, a tremila uomini. Anche dopo la resa, i nazisti scatenano una vera e propria caccia all'uomo: oltre cinquemila sono i fucilati.
Anche il contingente di Corfù soccombe e Giuseppe è catturato. I prigionieri sono raccolti nel campo di aviazione e poi imbarcati sulla "Mario Rosselli". La nave è però colpita dalla aviazione inglese nella baia di Corfù: si adagia su una fiancata; numerosissimi sono i morti; un compagno di Giuseppe per la disperazione si uccide.
Egli riesce invece a riguadagnare a nuoto il porto. Dopo qualche giorno giunge la nave "Leopardi", che trasporta i superstiti al Pireo; da Atene, in treno, i prigionieri sono avviati al campo di concentramento. "Non sapevamo dove si andava" - dice Giuseppe - "Giorni e giorni di treno! Di tanto in tanto, durante una sosta, poche pagnotte. Con una dovevano bastare anche a quattro o cinque persone    Neanche come le bestie!". "Quando arrivammo al campo non si sapeva neanche dove si era. Neve ovunque     le baracche erano rotonde, di cartone pressato. In mezzo c'era una dacia. Chiedono se c'è personale addetto alla sanità. Si fanno avanti una trentina. Ma molti, messi alla prova, non sanno fare una puntura, tremano. Mi offro. Sono scelto come infermiere".
Fu rinchiuso dai tedeschi nel campo di prigionia a Pinchs, nella Russia Bianca, l’attuale Bielorussia. La prigionia sarà lunga, a partire dai fatti del settem¬bre 1943, durerà fino al 19 Settembre 1945.  Ad onor del vero, la ri-creazione del lager non soddisfò appieno Giuseppe che si industriò per costruirsi un minimo di conforts e oggetti per ricordare e testimoniare delle sue esperienze militari.
Giuseppe però è un uomo dalle mille risorse e dalla straordinaria capacità di riciclare ogni cosa che per mezzo delle sue mani magiche riacquista nuova vita. Fra i tanti prodotti del suo ingegno, proponiamo ora il "forziere" che Giuseppe si costruì nel periodo bellico utilizzando parte di una cassetta di munizioni e la rielaborazione del campo di Pinchs, dove egli era stato rinchiuso dai tedeschi dopo i fatti del settem¬bre 1943.
Le tappe fondamentali dell’esperienza di Giuseppe Barbieri sono state incise sulla gavetta che l’ha accompagnato fino al suo rientro a casa avvenuto nel settembre 1945.
Giuseppe ricorda poi la liberazione in seguito alla avanzata delle truppe russe e l'interminabile viaggio di rientro, a piedi, in treno, con mezzi di fortuna. Sempre con zaino e gavetta, sulla quale, quando passa da una stazione ferroviaria, scolpisce il nome della città, colto al volo da una tabella. A volte entra, con altri,
in qualche fattoria, per chiedere cibo. I Russi li scambiano per tedeschi: allora si affretta a disegnare una scarpa, ad indicare sul disegno "Roma", a gridare "Italiani!".
Racconta, tra l'altro, di un campo di raccolta organizzato dai Russi; dei mille espedienti per riuscire a sopravvivere alla fatica, alla fame; della volontà di arrivare a casa; di quando è riuscito ad improvvisare un piatto di spaghetti per un capitano russo; della notizia appresa tramite una radio che gli Americani erano entrati a Firenze   
E' trattenuto dalle forze alleate fino al 19 Settembre 1945. Finalmente l'Italia è vicina: da Innsbruck parte il treno, ma è indirizzato oltre Trentino, per la disinfezione dei reduci. Vicino a Mori il treno rallenta e salto giù! Dopo mezz'ora, la corriera per Torbole. Salgo, senza una lira. Ci sono amici" "Da dove vieni?" "Dalla Russia!". Scendo. Mi avvio verso casa    incontro amici, preoccupati per me: tempo prima si era saputo dell'eccidio di Cefalonia.
Poi mia madre. Mi dice che mio padre è morto, colpito, gli ultimi istanti di guerra, anzi, a guerra già finita, da una scheggia arrivata in Piazza     Vittorio Veneto, ora Piazza Goethe.
Era il 28 aprile, quando all'improvviso scoppiò una granata; mentre cominciavano a profilarsi all'orizzonte sul lago i primi mezzi da sbarco.
Aldo Giovanazzi è un testimone di quel giorno in cui morì il primo torbolano. "Successe prima dello sbarco " racconta Giovanazzi. " A casa eravamo tutti pronti a fuggire nei rifugi. Pronto, come al solito, lo zaino con la roba. Fu un solo colpo: una granata sparata in aria sopra la Colonia Pavese, allora trasformata in ospedale militare dai tedeschi. La giornata era limpida e sì scorgevano gli anfibi zigzagare sotto il fuoco tedesco. Uno lo si vide saltare in aria e affondare, mentre altri soldati americani  della Decima Divisione da Montagna scendevano anche dal Baldo.
Umberto Barbieri, Silvano Giovanazzi e Romolo Miorelli, se ne stavano in piazza, appoggiati al muro, all’angolo dell'hotel Centrale, di fronte all'ingresso della casa dove allora abitavo, senza rendersi conto di alcun pericolo. L’Umberto Barbieri di 61 anni, cadde a terra, colpito da una scheggia che gli aveva reciso l'arteria femorale.
Aldo Giovanazzi, anch’egli reduce di guerra continua: “Corsi in suo aiuto subito, cercando di tamponare la ferita con delle bende che recuperai a casa. Lo trasci¬nammo al riparo. Poi lo trasportammo i Colonia Pavese trasformata in Ospedale Militare dai Tedeschi, ma là c'era un notevole trambusto e non ci fu nessuno che si occupò di lui. Probabilmente, però, era già morto dissanguato. I tedeschi stavano fuggendo tutti e gli Americani non erano ancora arrivati.".
La testimonianza del Bepi, non dissimile da quella di molti altri suoi commilitoni, è in grado di richiamare efficacemente alla memoria le sofferenze e le trage¬die patite non solo dal Bepi, ma anche da milioni di altri prigionieri, ieri come oggi, in Oriente come in Occidente.





Gentile dottore,

la famiglia Neri, originaria di Gallina (RC), all’inizio del secolo scorso si trasferì a Tortora (CS), dove, il 14 aprile 1903, nacque mio nonno Francesco, secondo dei tre figli di Angelo e Maria Gabriele.
Per un errore dell’Ufficiale dell’anagrafe, fu registrato con il cognome “Nero”, ma lui continuò a dichiararsi sempre come Francesco (Ciccillo) Neri e come tale figura nei documenti militari in mio possesso.
Intraprese il servizio militare, raggiungendo il grado di sergente maggiore e imparando (grossomodo) a leggere e a scrivere da adulto: in questo modo cercò di riscattarsi dalla condizione di povertà in cui era vissuto da giovanissimo.
Allego alla presente la fotocopia del suo foglio matricolare (numeri 1, 2, 3 e 4) che mi fu rilasciata una ventina di anni fa dall’Archivio di Stato di Cosenza.
Nell’allegato n. 3 potrà leggere che, in data 23 marzo 1943, mio nonno fu dichiarato “disperso in seguito agli eventi bellici” e, come tale è ancora iscritto nella lapide dedicata ai caduti in guerra di Tortora.
In realtà si tratta di una notizia non vera, come dimostra la lettera, anch’essa allegata alla presente (lato A e lato B), che egli indirizzò a mia mamma Rosina, all’epoca quindicenne e sua unica figlia supersite (altri tre figli erano morti negli anni precedenti).
La lettera, firmata e giunta a Tortora il 26 gennaio 1944, porta infatti la data del 4 settembre 1943.
La contraddizione è spiegabile con il fatto che, non essendo mai giunta ufficialmente la notizia della sua morte, mia nonna Luigia Rattacaso, rimasta sola con mia mamma, non poteva avere la pensione. Riuscì ad ottenerla solo nel 1955 in seguito all’interessamento delle autorità municipali dell’epoca che, probabilmente, fecero dichiarare la morte presunta del marito: la data del 23 marzo è dunque fittizia.
Ad aprire uno spiraglio sulla vicenda è intervenuta, qualche anno fa, la testimonianza di un altro tortorese, il Signor Iorio Giuseppe, anch’egli presente a Cefalonia in quei tragici giorni e finito poi internato in un campo di prigionia in Germania.
Il Signor Iorio (zu Peppu), prima di passare a miglior vita, mi confidò che, nei giorni successivi all’8 settembre, mio nonno, con molti altri prigionieri, fu imbarcato dai tedeschi su una nave e quindi ucciso e buttato in mare (non ricordo se mi parlò addirittura dell’affondamento della nave).
Io non ne feci parola con mia mamma, morta poi nel 2004, perché per lei la ferita era rimasta sempre aperta.
Negli anni successivi si è incominciato a parlare dei fatti di Cefalonia e sono stato fiero di mio nonno.
Qualche settimana fa ne ho parlato con il prof. Francesco Mandarano, il quale mi ha segnalato il sito internet sui martiri di Cefalonia, dove ho potuto riscontrare che, tra di loro, vi sono alcuni componenti della 158a Compagnia – lavoratori genio, la stessa cui apparteneva mio nonno.
È per questo che, sempre su segnalazione del prof. Mandarano, mi rivolgo a Lei affinché possa dirmi qualcosa in più su questa storia.
Nel ringraziarla per quanto potrà fare e in attesa di una sua risposta, resto a disposizione per compiere ulteriori indagini (mi occupo di ricerche storiche) e le porgo i miei più cordiali saluti.

Biagio Moliterni

Calata Abatemarco, 15

87020 Tortora (CS)

Cell.       333.4270016

e-mail    b.moliterni@gmail.com

 




Evanghelia ultima madre di Cefalonia
Sposò Giuseppe Luigi Locatelli e vive a Quinzano. L'incontro insieme
al figlio Angelo. Il ricordo del matrimonio. L'affetto di figli, nipoti e pronipote

QUINZANO Dalla finestra ovest di Quinzano. vicino alla vecchia caserma dei carabinieri, lei immagina il mare al posto della nebbia e colline aspre e amiche invece della discesa, più avanti,verso Bordolano e Cremona. Evanghelìa Maratu, nata vicino a Argostoli, era una giovinetta quando i partigiani greci e i soldati italiani antinazisti, uniti ai ribelli ellenici, sfidarono i caccia e salirono a resistere e  a piangere gli amici massacrati sulle montagne intorno al mare.
Cefalonia fu il nostro eroismo e l'assalto barbaro dei tedeschi addosso al popolo greco e ai soldati italiani. In mezzo all'uragano della malignità, nacquero altre isole di amore. Settembre 1943, più dì 10mila morti, tanti altri morti nei ritorni, quando furono possibili, oltre le peripezie dell'Iliade.
Lui, Giuseppe Luigi Locatelli, sottufficiale quinzanese, si era unito alla Resistenza greca. Personaggio affabile, scendeva al paese con gli altri italiani e greci, sempre allerta, condonandosi sguardi di amicizia. Gli occhi di Evanghelìa erano spuntati vicino a una scuola. i parenti, con le prudenze e le ospitalità della grecità, li avevano avvicinati a quelli già conquistati di Giuseppe Luigi. Sì vollero bene, decisero di sposarsi, misero il loro  amore al centro delle bombe e vinsero.
Angelo Locatelli, uno dei figli, è vicino a noi nella casa di Quinzano, la madre lo ascolta,si parlono in greco e in italiano. la madre lo adora e lui adora la madre. Angelo Locatelli è un collega e uno scrittore di 32 libri, ricercatore, cammina sul terreno dell'amore genitoriale in punta di piedi e ad ogni passo avverte che può esserci una trappola, una bomba tedesca. Il padre se n'è andato presto, nel l974, altri soldati bresciani sono morti, altre donne spose a soldati bresciani riposano in pace. Evanghelìa Maratu Locatelli è l'ultima sposa dì Cefalonìa di un bresciano scampato all'eccidio. Per tanti italiani, per tanti giovanì. Cefalonìa potrebbe essere confusa
chissà con che cosa. Tenete a mente la Divisione Acqui, tenetela nel cuore, la sera,sappiate che è stata nascosta per tanti anni e poi è avanzato il presidente Ciampi a rendere  onore alle migliaia di morti.
8 settembre 1943, i primi geni d'Italia dopo il fascismo. Savoia e Badoglio, decidono di rovescia re il fronte: non saremo più alleati dei tedeschi, ma con un proclama ambiguo non saremo né con gli unì né con gli altri. Da matti. Il generale Gandin. tenetelo a mente, chiede alle migliaia dei suoi soldati di decidere, di dire si o no alla continuazione dell'alleanza con i tedeschi. La brigantata dell'8 settembre vien tradotta col sangue sul fronte greco e su tanti altri fronti in Europa. I soldati italiani decidono di non arrendersi.
Questo il contesto dell'eccidio e dell'amore sopravanzato all'eccidio. Evanghelia e Giuseppe Luigi sì sono sposati nel marzo 1945 nella chiesa cattolica di San Nicola ad Argostoli. Il figlio Angelo, vicepresìdente della comunità ellenica di Brescia e Cremona, ha ritrovato l'atto di matrimonio.

Il ritorno avviene su barche, navi. LocateIli viene salvato da Lorenzo Zilioli di Offlaga, soste in campi di concentramento, risalite al nord a piedi e su carri di fortuna. Prima, nei campi di concentramento, Evanghelia e Giuseppe Luigi si salutano dai buchi di una rete divisoria. Quinzano, festa di San Pietro, 29 giugno, festa per gli sposi. prima abitazione dal nonno. Ciocca offre il lavoro e la casa vicino allo stabilimento.
Oggi Evanghelìa Maratu racconta ì suoi 5 figli: Angelo vive a Robecco, Spiro morto nel 1968, Anastasio dì casa a Bondolano, Olga in Toscana e Dimitri in Trentino; 10 nipoti, 7 pronipoti.
Lei, la madre, ha il viso di un donna passata nel secolo della Grecia e dell'Italia, tra il sibilo angosciante degli Stukas e il dolore gioioso del  parto. Angelo e gli altri cari, le fanno corona. Lei è seduta con la compostezza di chi ha conosciuto la superbia violenta di chi ti sposta e ti caccia da casa. Una signora da carezzare e proteggere.
Le madri non vanno mai via. (Tonino Zana)

“Dai Ciocca ho imparato un poco l’Italiano”
 

QUINZANO Luigi Giuseppe Locatelli ebbe il riconoscimento della qualifica di partigiano combattente, l'assegnazione di una Croce di Guerra e l'Encomio solenne del Ministèro della difesa. E la sua e la nostra Evanghelia Maratu Locatelli ha ricevuto, ogni giorno, la medaglia d'oro della riconoscenza per via della scelta materna a vivere. per amore, lontano dal suo mare, dal suo cielo, che non è quello di Lombardia, crescendo figli e distinguendosi per umiltà e pudore.
Le chiediamo da dove sia venuto il suo italiano dolcemente stentato e lei viene avanti con una parola grande e che ti smuove la postura: “Ho nostalgia della mia terra. Sempre nostalgia”.
Dice che la gente le vuole bene, il paese è buono, ma il cielo e il mare di Cefalonia stanno sempre insieme a lei».  Pensate, la signora Evanghetia Maratu Locatellì, confida di aver imparato l'italiano, nel mare grande e sotto il cielo immenso del dialetto bresciano.  “Lo capisco in parte il dialetto” - dice la signora - ma nessuno parlava italiano e per me è stato difficile impararlo. “Come impari ciò che non ascolti'?”.
Racconta dì aver appreso quel tanto di italiano dai Ciocca, industriali storici della nostra terra. «Mentre allattavo i miei figli Spiro e Olga - dice - tenevo a balia i figli di Ciocca, Luca e Maurizio. “Nella loro casa si parlava soltanto l'italiano e per me è stato meno difficile apprendere”.
Il greco è alimentato dalle conversazioni di Angelo con la madre. Al telefono si parlano in greco, in casa un poco in greco e un poco in italiano. Del resto, lei ha insegnato la lingua greca ai figli e lo scambio
è stato utile.  A Quinzano hanno vissuto altre donne greche di Cefalonia, sposate a ex soldati. Angelo Locatelli cita Ileana, figlia di Crìsula, andata in sposa a Luigi Laffranchi, anche lui della Divisione Acqui. Crisula se n'è andata, Ileana è commercialista a Quinzano. Il fratello Emiliano abita
a Manerbio, agente di commercio. A Quinzano abitavano quattro di Cefalonia: Zanolini, Galenti, Laffranchi e Locatelli.
Scatta un flash: «Cantavano bene- viene in mente a Evanghelia -sono stati trucidati nell'angolo dì un orto. “13 italiani giovani, buttati in un campo dì olive».
In questo ottobre così tepido, le mani di Angelo e Evanghelia che si muovono al saluto dalla terrazza, riportano a foglie mai cadute, a un autunno con gli alberi madre in piedi a testimoniare la fecondità e l'eroismo normale e straordinario dì gente comune. l film hanno proiettato quanto dei nostri vicini di casa e non ce ne siamo accorti. Nascosti, per molto tempo. L'ideologia li metteva in angolo e pareva che le vittime innocenti, fossero dei carnefici. Pazzia. (Zana da Giornale di Brescia del 31/10/13)

Lei testimone di roghi e di annegamenti
Il sacrificio dei giovani massacrati dalla barbarie nazista nel settembre 1943

QUINZANO Cefalonia, finalmente, alla fine della conversazione
 nella casa di Quinzano con Angelo Locatellì e sua madre Evanghelia mette ordine ai valori: la maternità vittoriosa sulle atrocità, le violenze fatte fuori dalla pazienza dell'amore, finalmente, la nostalgia lenita dalla accoglienza imbandita nel chiarore di una profezia popolare.
Quella profezia quinzanese che dice. ancora prima di conoscerla, appena giuta nel giorno di San Pietro a metà 1945: “Quella giovine andata in sposa a Locatellì, dev'essere brava e gentile, passeremo tante stagioni insieme”.  È stato così, sono trascorse tante stagioni, i figli sono cresciuti, Spiro se n 'è andato, ahimè, qualche memoria brutta, di tanto in tanto, verso l'alba, ritorna ed è nera come la notte appena lasciata alle spalle.
Traduce il figlio Angelo: «Anche mia madre è stata testimone dellea atrocità compiute dai tedeschi, dalle esecuzioni di massa all'abbandono dei cadaveri con divieto di rimozione e sepoltura, lasciati a vista come "monito”. Mia madre ricorda i roghi, le taniche di benzina, l'abbandono in mare dì morti appesantiti da pietre. Vide, tra l'altro, la
Morte del capitano Giuseppe Canesi di Annicco, avvenuta a Lakytra.
“Il nipote del capitano Canesi, Francesco Rabaìolì, è farmacista di Quinzano” .Nella casa dì Evanghelìa Maratu Locatellì spunta una religione curata con le immagini sullo specchio, le figure dei santi e dei
paesaggi messe a punto con un ricamo consumato dalla sua propria  intelligenza e da un raffinato senso della bellezza isolana.
“Nel nostro paese vicino a Argostoli - spiega la madre – padre Pio corrisponde per fama a San Gerassimo patrono”. La cristianità coltivata a lungo ha disinnescato l'angoscia, consegnato i morti cari a una preghiera tranquilla. Nell'alleanza tra cielo manzoniano di Lombardia e cielo Odisseo di Cefalonia. (t. z.)
 



STORIA DI UN SOPRAVVISSUTO CORFÙ 1943:LA "ACQUI" COMBATTE

A 70 anni dagli scontri sull'isola di Corfù parla Luigi Mazzola, 93 anni, il più anziano tra i superstiti
trentini della Brigata Acqui. In un articolo sul Quotidiano L'Adige il racconto di quei giorni terribili. Siamo stati autorizzati dal direttore del giornale trentinoa riprodurre e proporre ai lettori del nostro periodico l'articolo della giornalista Federica Passamani.

di FEDERICA PASSAMANI
Par di vederla. la guerra, negli occhi azzurri di qust’uomo ch e s 'inumidiscono di lacrime al rinnovato ricordo, indelebile, dell'orrore passato. «Spara! Adesso spara anche a me!".
Sono le parole di una persona che non poteva sopportare più, stremata dalla fame, dalle pene e dalla lunga prigionia, a cui però era rimasta la dignità di ribellarsi di fronte all'ennesima scena di violenza che si era compiuta davanti a lui. Un ufficiale tedesco  delle SS aveva appena impugnato la sua pistola, uccidendo un innocente bambino di 11 anni, reo semplicemente di essersi mosso, e di fronte all’urlo soffocato del prigioniero italiano che gli era accanto, si era girato e aveva puntato la  pistola  alla lesta di quest’ultimo senza premere il grilletto, infine il prigioniero italiano era Luigi Mazzola, oggi il più anziano fra i superstiti trentini della Brigata Acqui e l'episodio uno dei tanti che riaffiorano prepotenti alla sua memoria . Sono passati 70 anni da quel terribile settembre del 1943, quando gli italiani della Divisione (o Bri-gata) Acqui di stanza in Grecia sulle isole di Cefalonia e Corfù, vennero trucidati dai tedeschi a seguito della confusione creatasi dopo l'armistizio di Cassibile, firmato dal generale Badoglio e reso noto via radio alle truppe 1'8 settembre. Molti erano i trentini, pochissimi quelli he riuscirono a tornare vivi a casa. “Mai avrei pensato che sarei arrivato a vivere 93 anni”, ammette Luigi Mazzola, a cui la vita ha arriso solo molti anni dopo, regalandogli una moglie molto amata, Dolores, conosciuta sul loro posto di lavoro presso il distretto militare, cinque figli, oggi tutti medici, e dei nipotini. Aveva solo 20 anni, Luigi, quando la leva militare obbligatoria lo arruolò in guerra.
Era il marzo del 1940 . Il distretto militare di Trento lo assegnò al 33° reggimento artiglieria della Divisione Acqui e dopo un primo periodo trascorso sul fronte occidentale al confine con la Francia, nell'ottobre di quell'anno, venne predisposto il trasferimento in Albania prima dello spostamento sull’isola di Corfù. Fino al 1943 le cose vanno abbastanza bene per i militari italiani, che collaborano con i tedeschi e sono anche accettati dalla popolazione locale. Tutto cambia con l'armistizio. 
Un ordine non chiaro arrivato dall'Italia dice a Corfù di resistere ad ogni attacco tedesco. Siamo fra il 13 e il 26 settembre del 1943. Luigi. che è artigliere Su una delle fortezze dell'isola, vede arrivare uno Stuka, spara e lo abbatte. “Sono stato l'ultimo a sparare - ricorda - prima che il comandante salisse dicendo che gli ordini erano cambiati e che i tedeschi non andavano combattuti”.  Si era decisa la resa. Ma i tedeschi rispondono uccidendo gli ufficiali che verranno trovati qualche giorno dopo in mare, e facendo prigionieri i soldati. “Noi ci eravamo rifugiati nelle cantine del-la fortezza” spiega Luigi. “sopra, sentivamo che stava succedendo di tutto e una volta al giorno uno di noi saliva in a-vanscoperta a controllare la situazione”.  Il 25 settembre anche Luigi viene catturato, imbarcato su una nave e portato sulla terra ferma. Inizia qui la parte più dolorosa della sua avventura, densa di ricordi tragici, che le parole non riescono a descrivere. Luigi annota su un piccolo diario alcune date di quegli anni. Il 16 ottobre del 1943 i prigionieri sono avviati ad una lunga marcia, di cui non conoscono la meta. Chilometri percorsi a digiuno. Lo zaino s i distrugge, vengono spogliati e privati delle scarpe e dei documenti.“In quegli anni per vestirci – ricorda  Luigi con un filo di voce - si prendevano i pantaloni a i morti che si trovavano in giro o le scarpe agli ammalati “. Stava  arrivando il freddo dell'inverno e non c'era nulla con cui coprirsi. I prigionieri arrivano a Florina, in Macedonia, poi a Larissa e da qui, in 52 su ogni vagone bestiame di un treno, trasferiti a Trikala, in Grecia. Eravamo pieni di pidocchi, avevamo fame. Nel vederci passare con il treno in mezzo alle campagne. i contadini ci tiravano le patate crude che stavano raccogliendo. per darci qualcosa”. Il 29 dicembre Luigi appunta sul suo diario: “ Abbiamo ancora da ricevere i viveri da mangiare dal 22 e da quanto potei apprendere, fino al 3 1/ 12 non ce ne danno. Che fame ... Vorrei scommettere che se avrò la grazia da raccontare queste cose, tanti non mi crederanno, ci sembreranno favole, invece è realtà”.  Nevica. i prigionieri vengono radunati per andare a spazzare la neve sulle strade, semiscalzi, e alla partenza ricevono come cibo solo 15 olive. Il 18 gennaio del 1944. finalmente l'annuncio: “Dissero che si partiva per Volos, dove una nave ci avrebbe riportati in Italia “. Una marcia durissima con notti passate all'addiaccio, contando solo sull'aiuto dei greci.”Avevo imparato a dire in greco "un po’ di pane", e bussando alle porte, ogni tanto, ci davano una mano”.  Spiega Luigi che, sapendo il tedesco imparato a scuola, negli anni di prigionia era riuscito a farsi benvolere anche dalle SS,  perché riusciva in qualche modo a comunicare con loro e serviva come intprete. Da Volos gli inglesi portano gli italiani a Durazzo. Qui Luigi prende la malaria, che lo accompagnerà con ricadute negli anni a venire, ma che gli permette di essere imbarcato su una nave d retta a Taranto. Le cose iniziano ad andare un po’ meglio. I soldati vengono disinfestati e interrogati, molti mandati in licenza . “Al campo di Taranto stetti fino a l 3 marzo del 1945. senza poter dare notizie a casa perche dopo il 1943 la corrispondenza non funzionava più in modo regolare”. Il rientro di Luigi a Trento avviene in modo rocambolesco, con un'automobile di contrabbandieri che dalla Puglia risaliva l'Italia facendo diverse tappe, fino a scaricarlo, in cambio d i qualche sacco di sale in Piazza  Fiera a Trento.
Era restate del 1945. Di quel momento Luigi ha un ricordo ben preciso: “Ho fatto a piedi tutto il pezzo fino in piazza Duomo, dove abitava la mia famiglia, e quando sono arrivato, era mezzanotte, suonavano le campane: ho abbracciato il grande tiglio sotto la torre civica, guardando da lontano la mia casa”. Era finita.


 GAETANO RENDA
IL MIO  RICORDO DELL’ ECCIDIO A CEFALONIA

di Mario Saccà
La Medaglia d’onore concessa con legge dello Stato ai cittadini italiani deportati in Germania  nei lager nazisti  Gaetano Renda, nato a Sambiase nel 1923,  l’ ha avuta  il 2 Giugno di quest’anno, dalla mani del Prefetto di Catanzaro e del Sindaco di Lamezia Giovanni Speranza.  Pochi sapevano che quell’ uomo è uno degli ultimi reduci della strage di Cefalonia  compiuta dai tedeschi a danno dei soldati italiani dopo la firma dell’ armistizio dell’ 8 Settembre 1943. La storia di quello scontro fra ex alleati, durato circa 20 giorni e concluso con la fucilazione di migliaia di nostri militari , è stata riproposta negli ultimi anni dal Presidente della Repubblica Ciampi nel corso della visita  del 2001 ai luoghi dove avvennero i combattimenti .  Nel 2006 il Parlamento licenzio’, dopo un oblio di oltre sessanta anni,  la legge che riconosceva ai reduci ed ai civili imprigionati nei  campi di concentramento  nazisti la Medaglia d’ Onore della Presidenza del Consiglio.  Gaetano Renda  la mattina della Festa della Repubblica, accompagnato dall’ affetto della figlia, del genero e dei nipoti, era seduto sulla sedia a rotelle e non ha trattenuto le lacrime  quando  gli è stata consegnata la Medaglia d’ Onore. I suoi occhi vedono poco, ma nella sua mente sono tornate le immagini di quei  giorni tragici durante i quali dovette assistere alla strage dei suoi compagni d’ arme. La storia l’aveva raccontata a me il Martedì 6 Novembre 2012 nella sua casa di Sambiase, presenti i familiari e il genero Albino Gigliotti che mi aveva parlato di lui qualche giorno prima su Corso Numistrano, dove ci siamo rivisti, per caso, dopo molti anni. Quelli della  generazione  che ha combattuto nella II guerra mondiale  hanno vissuto in famiglie numerose dove i bambini lavoravano fin dall’età scolare in aiuto ai genitori che, contadini oppure operai dell’ edilizia, avevano nella sola forza delle braccia gli strumenti per  mettere insieme le risorse necessarie.  Tuttavia costruirono  un robusto punto di riferimento che li portò a realizzare una vita dignitosa e un altrettanto sicuro avvenire per i figli.  Anche Gaetano fu fra questi.  Iniziò a raccogliere le olive a 10-12 anni dopo avere frequentato le prime classi  elementari. Il padre era muratore e la madre si occupava della casa e dei numerosi figli. Quelli avuti con il primo marito dovevano aiutare i piu’ piccoli, nati  dalle seconde nozze della  donna.“ Lavoravo solo per mangiare” racconta , e la mia gioventù è trascorsa così, con rari momenti di svago con i coetanei , in prevalenza nei giorni festivi o nelle ricorrenze tradizionali.  Gli anni fra le due guerre mondiali erano quelli del fascismo e la sua generazione crebbe in quel contesto. L’  istruzione pre militare  settimanale era un appuntamento al quale era difficile sfuggire. Il podestà  di Sambiase in quel tempo  era Rubino, l’ istruttore del “Sabato fascista” Dario Mauro. Marce, percorsi di guerra, tecniche di combattimento erano le esercitazioni prevalenti. Nelle cerimonie ufficiali i “ Balilla” venivano convocati per far parte delle parate. Renda ricorda la visita di Vittorio Emanuele III  e la rassegna ai soldati che partivano per la guerra. Mussolini lo vide a Santa Eufemia allorchè, intervenendo in occasione della bonifica della piana, aveva promesso che al loro compimento sarebbe diventata una città. Non sbagliò, oggi Lamezia lo è. Il nostro intervistato non amava il fascismo per due motivi: si stava male e col lavoro delle braccia si poteva appena campare. Inoltre mancava la libertà di parola e pronunciarne qualcuna sbagliata comportava l’ arresto da parte dei carabinieri. Anche dopo la guerra  ha mantenuto invariato il suo punto di vista.

 art.1, commi 1271-1276, legge n°296 del 2006
 Nel 1982 il presidente Pertini  ruppe il nostro imbarazzo  sull’ evento  recandosi in visita di Stato nell' isola per esaltare i caduti italiani di Cefalonia e della vicina Corfù. E pochi mesi prima il governo della Repubblica (premier Cossiga) aveva inviato il ministro della Difesa a presiedere una manifestazione di massa a San Pellegrino, in Lombardia, per rievocare la tragedia delle isole ioniche. Era in quegli anni che cercavamo di restituire alla Resistenza il suo carattere di lotta nazionale al di sopra di ogni aspetto ideologico. Non era facile. Cefalonia ha sempre fatto discutere. Era il primo vero atto della nostra guerra di Liberazione (assieme alla resistenza nel Dodecanneso) e questo non rientrava nello schema storiografico prevalente.

LA GUERRA , CEFALONIA

Giunsero per lui gli anni della maggiore età  che coincisero con l’inizio della II guerra mondiale. La visita di leva la sostenne nel Maggio 1942, dopo il compimento del 18° anno;  seguì il congedo provvisorio. Ma nel Gennaio 1943 , a 20 anni ed a conflitto iniziato, fu arruolato nel 61° Reggimento Fanteria ( brig. Sicilia)  con destinazione Trento. Trascorso il periodo di istruzione fu trasferito a Montecorvino ( SA) e da lì a Brindisi. Inquadrato nel 16° RF ( brig. Savona) a Giugno del 1943 si imbarco’ per  la Grecia. Giunto nella zona di guerra fu assegnato al 17° Reggimento della Divisione Acqui, prima a Patrasso e successivamente, nel Luglio, a Cefalonia. Erano quasi mille , utilizzati come complementi  furono divisi fra vari reparti. Renda andò  ad Ar-gostoli, capoluogo dell’ Isola, quando arrivarono le unità tedesche. La guerra non aveva sviluppi  positivi per loro e neppure per gli italiani. Il nostro Paese era stato attaccato dalle forze alleate, sbarcate in Sicilia nel Luglio del ’43. I germanici avevano incassato il colpo e stavano ritirandosi verso Salerno per opporre maggiore resistenza  all’ avanzata anglo- americana utilizzando la linea Bernhardt  nei pressi di Mignano Montelungo e la linea Gustav a Montecassino. Un soldato tedesco, probabilmente  deluso  per   quegli eventi disse a Renda “ Tu andare a combattere in Sicilia”, significando che la difesa dell’ Italia non riguardava piu’ le divisioni di Hitler ma solo i nostri connazionali. I soldati italiani  di Cefalonia avevano saputo della caduta e dell’ arresto di Mussolini il 25 Luglio ma non avevano festeggiato. Qualche giorno prima dell’ 8 Settembre il generale Gandin, comandante della Divisione Acqui, aveva chiesto al nostro Gaetano da dove proveniva  preannunciandogli l’arrivo di buone notizie molto presto. Evidente il riferimento alla firma dell’ armistizio di Cassibile poi reso noto via Radio, pur essendo stato firmato qualche giorno prima dopo numerosi contatti segreti fra gli uomini del Re  e i rappresentanti Alleati. “ Ascoltammo l’ annuncio all’a vicina emittente della Marina. I nostri soldati esultarono e festeggiarono sparando in aria, verso il mare. Gli ufficiali intervennero subito per frenare gli entusiasmi. Ci dissero che il nemico era alle nostre spalle e avremmo dovuto difenderci, se attaccati. La  notte ci misero in marcia;  sostammo dopo un cammino di alcune ore. Al mattino dopo venne un maggiore che disse essere di Nicastro ( probabilmente Galli ndr) e ci invitò a consegnare le armi ai tedeschi perché ci avrebbero portati in Italia. Non accettammo la proposta , temevamo per la nostra libertà e per la vita: i nostri ex alleati  ci avrebbero presi prigionieri e avviati chissà dove. Non immaginavamo quello che sarebbe successo in seguito. Avevamo le armi e le munizioni, anche se non erano giunti altri rifornimenti.  Un colonnello di artiglieria ci disse di andare a tenere fermi i tedeschi: questo fu un ordine che condividemmo tant’è che in fila indiana ci mettemmo subito in cammino verso le postazioni utili. Lo scontro iniziò anche a colpi di cannone e di mitraglia. Un aereo tedesco fu abbattuto dalla nostra Marina. Ma dopo si scatenarono gli Stukas che bombardarono per l’ intera giornata.  Continuammo a combattere e ad andare all’ assalto al grido di “Savoia!” ;costringendo  i tedeschi  alla resa . Catturammo molti prigionieri in quella fase della battaglia... Ma non era finita: Il mattino seguente gli Stukas  tornarono e bombardarono il comando italiano. Vidi la scena da vicino tanto da assistere alla sua distruzione”.
“In seguito il nostro raggruppamento fu trasferito sull’ altro lato dell’ Isola di Cefalonia . Fu li che i greci abi-tanti del posto ci informarono delle fucilazioni di massa dei nostri commilitoni di Argostoli. I tedeschi avevano ricevuto i rinforzi che vinsero la nostra resistenza e per 48 ore ebbero mano libera per compiere la strage.  Uccisero TUTTI i miei compagni” , dice Gaetano Renda allontanandosi con  lo  sguardo verso quel luogo e con voce commossa. Erano trascorsi quasi venti giorni dall’ 8 Settembre e gli italiani erano rimasti senza ordini e rifornimenti, abbandonati da Roma, malgrado il tentativo dell’ equipaggio di un MAS che era riuscito a raggiungere Brindisi per informare i nostri comandi di quanto stava accadendo a Cefalonia. Il Re i i suoi generali avevano lasciato l’ Italia e gli italiani, soprattutto i soldati che avevano combattuto per loro. Non giunse mai nessuna risposta!  “Nella  parte dell’ isola dove mi trovavo -prosegue Renda-  vennero portati  da Argostoli 9 marinai e alcuni civili. Ci fecero scavare una fossa e mentre lavoravamo con il dubbio che era giunta la nostra ora un soldato tedesco disse che non era destinata a noi. Infatti i marinai ed i civili furono fatti entrare dentro lo scavo ed uccisi a colpi di mitraglia, coperti con poca terra e lasciata compiere a noi la sepoltura definitiva.  Non siamo stati fucilati forse per due motivi: per non avere sparato contro i nostri avversari e perché loro erano ormai sazi di sangue italiano dopo il massacro di ottomila nostri soldati, imposto da Hitler. A sopravvivere fummo circa 4000. Nelle ore che seguirono ci portarono sul luogo dell’ eccidio per  bruciare i cadaveri dopo averli cosparsi di benzina”. Un’opera crudele che non ha bisogno di essere commentata!
Ma non era finita: i superstiti furono imbarcati su  4 navi e condotti ad Atene.  Altre tre  navi erano saltate sulle mine e durante il percorso veniva usata la mitraglia per colpire quelle vaganti e farle saltare. Giunti  a destinazione due generali, uno italiano e l’ altro tedesco, chiesero a ciascuno di noi se intendevamo collaborare con i germanici . Chi era disponibile doveva schierarsi  da un lato, gli altri su quello  opposto. Io fui fra i secondi e venni percio’ deportato  nel campo di prigionia di Vilnius nella Russia Bianca dove lavorai . Ma le sorti della guerra non erano favorevoli ai soldati di Hitler e man mano che le divisioni russe recuperavano il terreno perduto le truppe germaniche si ritiravano e noi dovevamo seguirli in altri campi: prima a Pruzany e poi a circa 100 Km da Varsavia.

MARISHA

Giungemmo in Polonia, un luogo dove la durezza della prigionia fu compensata dall’incontro con una ragazza del luogo, operaia in una fabbrica di salumi, che si chiamava Marisha. Era socievole, ma parlava con tutti e non con me. Decisi allora di aspettarla nascosto dietro un muro, vicino al reticolato del campo ; riuscii a incontrarla e a parlarle. Inizio’ l’amicizia che si trasformò in affetto fino a che decidemmo di fidanzarci nel modo in cui era possibile nella condizione di prigioniero. Nello stesso periodo ero riuscito ad avere un buon rapporto con un soldato tedesco addetto ai lavori di muratura. Lo sostituivo nella fatica e questo mi valse la sua gratitudine. Alle volte per andare a trovare Marisha saltavo il reticolato e rientravo per la stessa strada per essere presente alle verifiche dei presenti nel campo. Successe che una volta mi videro mentre tornavo e rischiai una punizione severa, forse anche la fucilazione. Fu il mio amico tedesco che parlo’ con il suo capitano e lo convinse a non procedere oltre. Era ormai la fine della guerra ed i tedeschi, sconfitti, fuggirono dal campo lasciandoci liberi. Non ebbi il tempo di salutare Marisha come avrei desiderato.

LA  LIBERAZIONE E IL RITORNO A CASA

Ci incamminammo per le strade pericolose per  gli aerei americani . Quando finalmente i loro reparti ci raggiunsero fummo trattati con dignità e liberati dopo poco tempo. Con il treno raggiungemmo prima il Brennero e poi Verona. Da qui altri treni condussero ciascuno di noi a destinazione. Negli anni della prigionia non avevo avuto notizie dalla famiglia ne’ avevo potuto darne. Il mio arrivo a Sambiase fu una sorpresa.  Durante il  percorso dalla stazione di Sant’ Eufemia alla cittadina incontrai mio cognato e mio fratello e con loro raggiunsi mio padre,  casa mia e la fidanzata che già avevo, ecco perché non sono rimasto in Polonia! IL seguito fu la ripresa della vita normale e la ricostruzione del tratto disperso dell’ esistenza. Signor Gaetano qual è il ricordo piu’ intenso della sua esperienza della guerra? Il volto di quei marinai scesi nella fossa per essere fucilati, è un dolore che vive dentro di me e non passerà mai!